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The Crescent, Lupine Howl, The Jeevas, Tetra Splendour, The Sabians

‘Archives: Album 2002’ 

 

THE CRESCENT “The Crescent

(LP/CD – Hut, 2002)

Genere: Mod/Popsike/Indie

I Crescent arrivano da Huyton, area periferica di Liverpool, con la loro magica pozione di euritmie vibrasoniche da diffondere, crescentabbondanti di meditazioni psych e lunghe pratiche live, congegnate su una solida materia quadrangolare manipolata da Wayne Whitfield (voce, chitarra ritmica, piano), Karl Rowlands (chitarra), Sean Longworth (basso) e Joey Harrison (batteria).

Lungo la perpendicolare che incrocia il DNA del gruppo incontriamo le figure di Who, Rolling Stones, Jam e Oasis, la prosodia autoctona dell’idioma pop e sane letture beat generation.

Alla fine degli anni 90 i Crescent sono ancora degli strumentisti imberbi e inesperti, desiderosi di imparare, che accompagnano occasionalmente in tour il famoso vocalist Lee Mavers, redivivo divo già leader dei La’s, la più leggendaria brigata musicale della scena locale dissoltasi alcuni anni prima  e più volte ricostituita (indimenticabile l’ album “The La’s”, con l’anthem capolavoro “There She Goes”, uscito nel 1990 su Go! Discs, ndr). Poi, con l’avvento del cantante Wayne Whitfield, proveniente da una band rivale, i Lovers 35, il marchio Crescent acquista finalmente sagacia, carattere e completa autonomia.

Il primo eponimo (e unico) album del gruppo, lanciato dalla Hut Records, giunto dopo tre fantastici extended-play qui ripresi in minima parte cre(peccato per l’esclusione di “One Way Ticket”, squisitezza del primo EP, un omaggio all’arte Who in perfetto equilibrio fra “Baba O’Riley” e “I Can’t Explain”), emana una radiosa formula pop’n’m
od
annaffiata con misurati profumi psych e forgiata da un parco di rigogliose chitarre (Rickenbacker e Telecaster) suadenti e originali.

“On The Run”, la canzone politica che apre l’album, invita all’insurrezione con una splendida cascata di emozionali riffs elettrici stile “Jumping Jack Flash” degli Stones. Perfetto inno per un Primo Maggio rosso-mod! “Parallel”, la perla psichedelica del disco, scivola sui declivi di un organo suonato à la Alan Price e poi evapora fra i fumi delle chitarre lisergiche come una nuvola fùcsia dipinta da Syd Barrett. Altre caramelle ripiene di creme variopinte sono “Test Of Time” e “Spinnin’ Wheels” mentre “Wake Up”,  “Another Day”, “Told U So” e “Stay On” si trastullano fra le onde metallizzate del fiume Mersey acchiappando melodie popedeliche, eredi dirette delle tele ordite dai cospiratori locali The La’s, The Stairs e Cast…

Un’altra magnifica effigie per la ‘wave’ liverpudliana.

Beppe Badino

 

LUPINE HOWL “The Bar At The End Of The World”

(LP/CD – Vinyl Hiss / Beggars Banquet, 2002)

Genere: Popsike/Space/Indie

Formati da ex membri della blasonata casa Spiritualized – Sean Cook (voce, basso e tastiere) e Mike Mooney (chitarra) – e dal batterista Jon Mattock (ex Spacemen 3, periodo “Recurring”), sostituto risolutivo del dimissionario Damon Reece, i Lupine Howl diffondono emozioni intellettuali nella galassia psichedelica.

Il laboratorio cosmico del secondo album del gruppo, “The Bar lupineAt The End Of The World” (successore di “The Carnivorous Lunar Activities of Lupine Howl” del 2001) licenziato dalla Beggars Banquet, rivela nuovi affascinanti segreti contenuti nella cultura space rock, fra reminiscenze di sfere e radici lontane e soluzioni in movimento tuffate nel futuro.

L’iniziale “A Grave To Go To” è una magnifica canzone hard/psych  tinteggiata con cromie blues acide e trascinata in battaglia da chitarre incandescenti, caricate con acuminati proiettili corrosivi. Altri confetti rock del disco, ricamati con rigido filo metallico, sono “The Pursuit Of Pleasure”, “Trust Me?” e “Centre Of The Universe”, tre frazioni ultraelettriche impregnate di heavy-riffs improvvisi ed esposte alle radiazioni lisergiche.

Il viaggio musicale dei Lupine Howl sfiora anche siti più pacifici e rarefatti, abbelliti da fregi modernisti. “Gravity’s Pull”, una ballata lenta alla Verve, tipo “The Drugs Don’t Work”, dilata la sua forza attrattiva in una danza fisico-mentale montata sulle variazioni di chitarre e violini semielettrici; “Burning Stars” possiede una melodia inossidabile disturbata da un’ipnotica iterazione allucinatoria; “Don’t Lose Your Head” e “Can You Forgive Me?” offrono una deliziosa materia in espansione per avveniristiche visioni psych/pop, eredi dell’inesauribile vena Pink Floyd.

Ladies & Gentlemen We Are Floating In The Space.

Beppe Badino 

 

THE JEEVAS “1 2 3 4”

(CD – Cowboy Musik, 2002)

Genere: Popsike/Indie

I Jeevas sono il gruppo formato da Crispian Mills, già cantante/chitarrista dei Kula Shaker, con gli ex Straw Dan McKinna al basso e Andy Nixon alla  batteria. Un tipico combo ‘tre-unità’, esperto e colto, fortemente ispirato dalla cultura degli anni 60: i Beatles e i Rolling Stones, Bob Dylan e la psychedelia hippy del 67/69, le immagini della Swingin’ England sotterranea tramandate dalle pellicole del Free Cinema e dalle indimenticabili fisionomie di David Hemmings in “Blow Up” e Tom Courtenay  in “Gioventù, amore e rabbia”, fisionomie che probabilmente hanno suggerito il bel look con frangia scapigliata all’efficiente leader…

jeevasCronologicamente precedute dai singoli “Scary Parents”, “Virginia” e “Ghost” (veri oggetti da collezione, con brani esclusivi sul lato-B), le trame del loro primo esteso lavoro intitolato “1-2-3-4” irradiano colorate rime artistiche, sature di elettricità collettiva, tratte dal magico e prodigo laboratorio del british-pop evoluto.

I Jeevas possiedono cuore e intelligenza e conoscono il significato della parola seduzione.

“Virginia” e “What Is It For?” sono affascinanti segmenti rock con scenografie foggiate in stile ‘Bob Dylan incontra Ziggy Stardust’ ; “Ghost (Cowboys in The Movies)” e “Don’t Say The Good Times Are Over”, ballate elettriche raffinate che propongono fughe meditative, introducono semi devianti nella ricerca del passato-futuribile, come già avveniva in molti spazi dei Kula Shaker. “Once Upon A Time In America”  è il caposaldo comunicativo del disco, una canzone diretta e corale che trascina e ammalia. Un anthem rock, puro al 100%.

Per finire “You Got My Number”, cover-version del classico degli Undertones, e “Silver Apples”, la pietra più preziosa di “1-2-3-4”, stupenda frazione psych(osomatica) trasmessa da un caleidoscopio modello fine anni 60 che proietta immagini allucinatorie allietate da chitarre, keyboards e fantasie ritmiche shakerate come in una favola dei Fleur De Lys o in una corsa in discesa con la “White Bicycle” dei Tomorrow. Stupefacente punto focale!

Beppe Badino

 

TETRA SPLENDOUR “Splendid Animation”

(CD – Chrysalis, 2002)

Genere: Indie/Popsike/Canterbury

Un’altra attrazione per il parco rock del 2002.

Direttamente dai teatri del Galles, Cardiff in particolare, fruttifera terra di esperienze artistiche underground, arriva ora l’opera matura dei Tetra Splendour, già ammirati in vari premonitori oggetti sonori fitti di segnali positivi: tetradapprima il colorato settepollici “ETA / Muriel’s Motorhome” pubblicato dalla Complete Control nel 2000 col nome originario del gruppo Robots In The Sky, poi gli EP “Mr Bishi”, “De-Rail” e “Pollenfever”, tutti licenziati dal marchio semiprivato Wishakismo Records…

Attratti dalle sagome del pop ipnotico di certi suoni-Radiohead ma pure, in retrospettiva, dalle spirali del linguaggio subacqueo e sotterraneo di Syd Barrett e primi Pink Floyd (e ultimi Flaming Lips…), i Tetra Splendour, quartetto democraticamente coordinato dal cantante e tastierista Gareth Jones e dal chitarrista Peter Roberts con Kris Blight al basso e John Maloney alla batteria, mettono in scena un’ammaliante collana di soluzioni elettriche ricche di cambi cromatici e deviazioni melodiose basate su euritmie moderniste post-psichedeliche.

L’iniziale “Landmine”, metallica, neurotica e introspettiva, apre il sipario sul nugolo delle variazioni psych/pop, le pietre preziose “E.T.A.”, “Mr Bishi” e “De-tetra2Rail” in prima fila, eccitate da fluorescenti cariche di chitarra che caratterizzano presto i segni di una geometria autonoma e particolare. La giostra procede su perpendicolari dilatate e sul finire regala un delizioso itinerario fra contrappunti jazzati, con organo un po’ Canterbury sound, forniti dal tris “C.F.C.s”, “In Flight Manual” (canzone molto Soft Machine) e “Black And Grey”, affascinanti lunghe ballate intrise di vapori visionari che scivolano nella dimensione spazio/tempo…

“Splendid Animation” è un album raggiante.

Beppe Badino 

 

THE SABIANS “Beauty For Ashes”

(CD – The Music Cartel, 2002)sabians

Genere: Hard/Heavy/Psych/Folk

I Sabians sono il gruppo formato da Justin Marler, l’originario cantante/chitarrista dei leggendari e megalisergici Sleep, apparentemente dopo un ritiro spirituale durato sette anni (!) in un isolato monastero. Con lui, con base a Oakland, California,  giostrano nell’arena Patrick Huerta (chitarra solista), Rachel Fisher (basso) e un altro ex Sleep, il batterista Chris Hakius.

Il corredo del loro primo album, prodotto da Alex Newport e misticamente intitolato “Beauty For Ashes”, consta di otto estesi e dilatati tragitti su strade metallifere. Un elaborato intreccio di attrazioni hard rock piuttosto intellettuali che inglobano colorati bagliori di tracciati elettrici propriamente stoner sabians4(“Breathe” e “Black Lie”), poderose fluttuazioni scuola Black Sabbath (“Downcast”) e rapide fughe di chitarra solista heavy/psych (il centro della canzone maestra “Beauty For Ashes”) contrapposte a improvvise dinamiche folk epiche (le caleidoscopiche “Restoration” e “Lull”). Il tutto incorniciato in un puzzle di liriche mistico-visionarie, opera di Justin Marler, direttamente ispirate da trame di pace/violenza, morte/reincarnazione, fisico/anima…

“Ashes For Beauty”, magico e originale,  brilla sui moduli complessi dell’hard rock evoluto.

Beppe Badino