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Sweat Lodge (USA)

Sweat Lodge

“Talismana”

(Ripple Records )

 

Un grande amore per il suono d’acciaio e metallo temprato, il blues nebulizzato da cocenti giornate sotto il sole intenso, Austin come idioma dal pesante intruglio psicotico. Sweat Lodge, originariamente three-pieces-bass-voice-drum, ad oggi un eccellente dispiegamento di guitars che attorciglia tutta la divampante forza in fragorosi e sweat lodgetrascinanti strati di cristallina elettrologia.

A tre anni dal primo crudo ep, “Talismana” assorbe ogni stilla dell’identità rock’n’roll-hard dei 70s, comprime in accelerazioni swinging l’orditura scandita dai ritmi e dagli influssi delle chitarre. Sincronismi vicino ai temi southern stoner dei Fu Manchu, serpeggianti aliti di vibrante lega Elder, incroci lirici dedicati a scorribande Thin Lizzy o alle baruffe da bar&grill in ZZ Top.

Uno splendido vocalist, Cody Lee Johnston, configura appaganti esposizioni radiogene in modulazioni tra Ozzie e il Lydon di Metal Box. La figura carismatica esalta i brani facendo diffondere atmosfere groove e fenditure sudiste in veementi assalti arricchiti con sabbia, mercurio, acido arsenico.

Sweat-Lodge-Band-LiveSprezzante esempio di song ornata da spiriti accecati di luce e folle tossico calore, appare Tramplifier, sfolgorante portamento descritto con “..hands in the stars, voice from afar, painting my scars..” una satura cavalcata assetata da inospitali fuzz. Bed Of Ashes potrebbe essere suonata sulle sponde del Rio Bravo in tonalità scure come le notti di El Paso, i riverberi stagnano nei sogni e le chimere si dileguano in vermigli mattutini. La rigenerazione di Slow Burn inietta lo stoner istintivamente. Assume una specie di rapsodia desertica, essicata in liturgie espanse da riff doom memorabili, come a voler transitare ustionati attraverso l’assetto di Phoenix Ascent, Talismana e Black Horizon. Sensazioni inconsce, create da un involucro hard in cui viene saldata una striscia Zeppeliniana mentre Johnston volteggia tra lastre metalliche e colate fumanti.poster

Boogie Bride abbassa il ritmo, strappa una progressione elettrica fulminea sino a sfociare un poderoso finale spasmodico e fradicio. Javier Gardea e Dustin Anderson sono riflessi intermittenti vicini alla versione texana di Hunter and Wagner. Climi ostili e velocità simil-Lemmy in Heavy Head rapiscono classici mid-tempo agglomerati dalle solite convulse temperature e poi Banshee Call, cavitazione che si muove ansiosa per rasentare emisferi epici con distorsioni tonanti, wah-wah malvagi, intensa polvere sparsa, canti irrorati in enfasi empiriche.

Il nome della band deriva da una sala di preghiera dei nativi americani come ad evocare un universo che oltrepassa la nostra comprensione. Ma la distanza dall’energia vitale avvicina assalti profondi sotto il sole giallo, essenziali trame retro-delivers deformate da un intaglio heavy south-of-the-sky.

Sandro Priarone

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