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Maat Lander (RU)

Maat Lander ‎”The Birth Of Maat’s Galaxy” (R.A.I.G. Records 2015)

I cosmodromi Bajkonur e Pleseck hanno rivelato i loro sogni. Dopo anni di missioni spaziali, lanci militari, satelliti per comunicazioni, la vera astronave interstellare russa è partita guidata da tre sciamani in cerca di sintesi innovativa e nuove galassie da popolare.maat1
Stiamo parlando di una creatura musicale ambiziosa, accurata, sorprendente, talentuosa e totalmente strumentale. “The Birth Of Maat’s Galaxy” appartiene a genesi chimiche, nuovi ecosistemi, esperimenti che esplorano l’ infinito, una sensazione di deriva costruita da cuori astrali e balzi nell’iperspazio alla ricerca di nuovi mondi.

Il primo contatto avviene nel 2013, quando a un concerto moscovita della band  Vespero (psych-prog già al tredicesimo capitolo), il leader dei Re Stoned, Ilya  Lipkin,(heavy psych, anche loro ormai al settimo album) fervido chitarrista, si  unisce sul palco generando le prime spore di una collaborazione più efficace. Un  anno dopo Ilya viaggia verso Astrakhan, la città dei fratelli Arkady e Ivan Fedotov  dei Vespero, per dare forma all’embrione del progetto. Da due ambiti così apparentemente slegati, visto  che c’è in gioco il prospetto di un sistema stellare, il Terraforming relativo a un corpo celeste appare la soluzione più evidente. Si evolve un processo teorico che volutamente modifica atmosfera, temperatura, topografia della superficie, ecologia, per diventare simile alla biosfera della Terra e rendere possibile la vita. Di questa temeraria pianificazione la nascita Maat Lander rappresenta l’ idillio tra sci-fi e connotati scientifici. Le scelte del sound sono gradevolmente attraenti e si accendono con ritmo incantatore, ramificazioni sperimentali, appendici da cui si elevano espressioni propagate da pop moderno e crisalidi teutoniche.  maat2Ingegneria planetaria applicata a temi artistici.Rumori e clonazioni sintetiche berlinesi, l’ombra di Manuel Göttsching (Ash Ra Tempel) nel sequencer analogico, orchestre di chitarre, a tratti il piglio hit dei Kraftwerk, piacere sincero per Korai Öröm e Ozric Tentacles, amore sviscerato verso Amon Düül II, Tangerine Dream, Can, Guru Guru, Neu!, Faust. E l’ occhiolino beffardo ai primi Gong. Un vestito nuovo e una prenotazione per salire sull’oggetto volante. Alla base si ascoltano miriadi di suoni che non sono mai ostici, che ruotano senza sovraccarichi di intellettualità, ora placidi a volte fluttuanti o indicativamente distorti. The Comet Rider, Spiral Arms, Gliese 581, Lunar Rocket, la title track, appaiono leggermente inclinate alla diaspora post Neu! dei LA Dusseldorf, con intuizioni ritmiche vicine ai giovani Camera. Two Keys To The Sky e la superba Coma Berenices riaffiorano in algoritmi Floydiani dell’era Gilmour mentre, con ottimo effetto estetico, il pulviscolo siderale disegna le movenze indoeuropee nella maestosa Alnilam. Qui si tinge il Sogno Mandarino dove il vento spazza pianure extraterrestri colonizzate da nomadi siberiani. Aquarius dirama paradisi artificiali che risalgono al Tempio delle ceneri di Ra ma in modalità tecnologica trascendente. Il genio di Keplero viene ricomposto in To Johannes Kepler, cioè chi scoprì empiricamente le leggi che regolano il movimento dei pianeti. Omaggio alla perfezione dei mondi grazie a calore, moto, armonia, corrispondente alle facoltà dell’anima. Celebrazione dai toni space in connessioni allucinogene, dove ancora viaggiano le correnti aliene.
L’ascolto ha radici colte con una narrazione strumentale semplice ed efficace, accessibile, nonostante gli scalini siano vicini alla sperimentazione e le cornici stilistiche intellettuali. Cool and hot stars with spectral type in technicolor.

7,5/10

Sandro Priarone